Un diverso punto di vista.

Dopo diversi giorni passati a Ulan Bator, comincio a sentirmi un po’ recluso e decido che ad ogni costo devo fare almeno un’escursione fuori città. Probabilmente a causa del mio inatteso atteggiamento negativo, l’unica maniera che identifico per vedere qualcosa fuori è rivolgendomi all’ufficio turistico centrale. Qui mi propongono alcune opzioni per escursioni in giornata e tra queste reputo quella al parco nazionale Gorkhi-Terelj quella più interessante in quanto più varia. L’ingresso al parco più vicino alla città si trova a una sessantina di chilometri. Si tratterà di una escursione privata della durata di quasi un’intera giornata. Passeranno a prendermi l’indomani mattina alle otto al mio hotel.

Uscendo dalla città.

Ed è finalmente arrivato il momento di vedere questo paese, la terra dell’eterno cielo blu, come viene anche chiamata, da un punto di vista differente che non sia quello urbano. A train leaving UlaanbaatarQuindi, parecchio impaziente, sono nella hall con dieci minuti di anticipo ma trovo che la mia guida è già arrivata. Molto bene! Il gruppetto è composto oltre che da me, dall’autista, un signore di una quarantina di anni di età, e la guida, una studentessa universitaria che a differenza dell’autista parla un ottimo inglese. Mongolian landscapeL’uscita da Ulan Bator porta via un po’ di tempo a causa del traffico intenso. Vedo anche un treno. Dov’è che va? Avrei potuto usarlo per andare da qualche parte? Non c’è tempo di darsi una risposta perché, una volta fuori dai confini cittadini il panorama diventa strepitoso: un cielo davvero blu e colline verdi punteggiate di mandrie. Questo tipo di gita privata è abbastanza inusuale per me e come risultato me ne sto abbastanza in silenzio facendo foto dal finestrino aperto a qualsiasi cosa reputi interessante, senza domandare quasi mai nulla.

Complesso della statua di Gengis Khan.

Dopo uno stop per prendere l’acqua a un ristorante lungo la strada, la prima vera tappa è per vedere l’impressionante statua in acciaio di Gengis Khan. Impressive statue of Gengis KhanÈ stata inaugurata soltanto da una decina di anni ma è già diventata uno dei simboli di questa nazione. Spero che la piccola foto qui a destra dia un’idea corretta delle sue dimensione. In uno dei miei post precedenti mi lamentavo di quanto fosse piccola la statua di Gengis Khan che si trova nella piazza omonima ma qui invece hanno davvero fatto le cose in grande. La statua è alta 40 metri ma le sue dimensioni sono rese ancor più impressionanti dal fatto che è stata costruita nel mezzo del nulla. Gengis Khan at close rangeIl monumento può essere visto a chilometri di distanza. È stata costruita esattamente nel punto in cui, secondo la leggenda, Gengis Khan trovò la sua frusta d’oro e infatti se ne può vedere una copia nel museo ospitato nella base della statua. Costituisce un’esperienza fantastica salire fino in cima al monumento e trovarsi così faccia a faccia con il grande condottiero che fondò l’impero Mongolo. Dall’alto è possibile anche ammirare la truppa di manichini-soldato a grandezza naturale disposti come a rendere onore al Khan. La visita complessivamente dura circa un’ora ed è secondo me un must per chiunque capiti da queste parti. Adesso però andiamo avanti.

La roccia tartaruga.

Il complesso di Gengis Khan non si trova ancora all’intero del Parco Nazionale anche se è a breve distanza. Per vedere la prossima attrazione invece facciamo il nostro ingresso al parco. A stele full of ribbonsC’è un piccolo arco a marcare l’inizio e apparentemente nessun biglietto da pagare. Lungo la strada ho modo di vedere alcune steli ricolme di nastri colorati identiche a quelle che ho già visto in Buriazia e anche qualche piccola stupa, alcune bianche altre dorate. Costeggiamo alcuni villaggi fatti di piccole case in cemento e yurte in gran parte senza le strade asfaltate. Continuo ad apprezzare il panorama che mi scorre davanti dal finestrino ma quello che davvero mi colpisce sono gli Yak che vedo per la prima volta nella mia vita. A big white yakTalvolta ci sono dei mandriani a badargli ma più spesso se ne stanno tranquilli per fatti loro a pascolare. Chiedo di fermare la macchina e mi avvicino. Non sembrano particolarmente timidi per cui riesco a scattare qualche foto anche a breve distanza. Pochi chilometri dopo l’incontro con gli Yak c’è la roccia-tartaruga, uno dei siti più importanti del parco. Turtle rockLa tartaruga è un animale molto rispettato in Mongolia e più in generale in ambito Buddista principalmente per la sua longevità che si suppone ne testimoni anche la saggezza. Inoltre, il fatto che questo animale possa rintanarsi nel carapace è anche vista come metafora della capacità di meditazione. In molti casi ho visto tartarughe di pietra costituire il basamento di statue e colonne nei templi. Questa roccia, la cui forma è del tutto naturale, sembra davvero una enorme tartaruga, specialmente da determinati angoli. L’area è molto turistica quanto può esserlo in Mongolia. Ci saranno una decina di persone che si fanno i selfie con la tartarugona di pietra e per chi vuole una posa più avventurosa, sono a disposizione anche alcune cammelli, veri.

Monastero Aryaval.

Il monastero Aryaval o come viene chiamato più spesso qui, il centro di meditazione Aryaval non è molto lontano dalla tartaruga. A volere, ci si può anche arrivare con una camminata di una quarantina di minuti. A temple as an elephantA differenza di altri monasteri a Ulan Bator e in altri luoghi, questo ospita un solo tempio che, a causa della sua lunghissima scalinata frontale, somiglia a un elefante se visto da lontano. Non si tratta di un luogo con una grande storia dato che fu costruito appena nel 2006, ciononostante è un bel sito disposto com’è in maniera spettacolare sul pendio di una montagna. A ground squirrelIl lungo percorso per il tempio è costellato da pannelli recanti delle frasi edificanti e marcati con un numero. All’inizio del percorso c’è una ruota che ricorda un po’ quella della fortuna, che viene utilizzata per selezionare un numero. Il tutto mi ricorda vagamente il processo di selezione dell’I-Ching, The "wheel of fortune"e del resto anche qui le frasi scritte sui pannelli sono talvolta di non facile comprensione. Prima di entrare nel tempio si attraversa un piccolo ponte con un cartello che dice “il ponte che conduce oltre la saggezza“. Al suo interno di trovano diverse statue di divinità mentre tutto attorno ci sono le consuete ruote “mani” di cui ho già parlato in precedenza. È stata una mattinata intensa e dopo la visita al monastero comincio a essere affamato. Prima di occuparmi di questa fondamentale esigenza ho però modo di vedere uno “scoiattolo di terra”. Ne avevo già visti parecchi dall’autobus che da Ulan Ude mi ha portato a Ulan Bator ma qui, finalmente ho modo di prenderne uno, con la macchina fotografica ovviamente.

Cottura con le pietre nella pentola.

Il pranzo è organizzato presso una Yurta originale o, come si dice qua, una Ger. Si tratta di un piccolo accampamento di una famiglia di nomadi fatto di alcune tende. Old nomad lady in a yurtI nomadi sono davvero gentili anche se capirsi è difficile perché non parlano inglese. Il cibo è molto buono ed è più che sufficiente per calmare la mia fame. Si comincia con un antipasto a base di prodotti caseari serviti assieme a del pane che ricorda un po’ lo gnocco fritto. È tutto molto grasso ma davvero saporito. Mongolian dairy foodUno dei prodotti è chiamato aarul ed è molto simile a delle palline di formaggio secco che ho mangiato in Kazakhstan dove si chiama qurt. Dopo l’antipasto ‘leggerino’ si passa al piatto forte costituito da una specialità della Mongolia: il Khorkhog. È uno stufato di agnello cucinato in un pentolone in cui vengono messe anche delle pietre. Le pietre vanno poi tenute in mano durante il pasto affinché trasferiscano il loro calore al corpo con presunti grandi benefici per la salute. La visita alla famiglia nomade viene completata con una breve passeggiata a cavallo buona più che altro per posticipare il mio abbiocco post-prandiale che mi coglie senza rimedio non appena mi siedo in macchina e così, per quanto abbia l’impressione di vedere ancora qualche yak, dormo profondamente fino a quando arriviamo a Ulan Bator e al mio hotel. È stata davvero una bella giornata che mi ha dato la possibilità di vedere un po’ di più della Mongolia. E per darvi modo di fare lo stesso, eccovi la consueta galleria di foto.